Nel corso degli ultimi due decenni, gli OPETH hanno accumulato un'impressionante mole di materiale; materiale caratterizzato da una fervida e implacabile devozione a progressione e perfezione e in grado di scalare le vette di misticismo e potere, fino a portare la band ad aspirare alle posizioni guadagnate in passato da Sabbath, Purple e Zeppelin.
L'oscuro e occulto filone death e doom scandinavo e il cupo romanticismo in cui affondano le radici della band non possono essere dimenticati, ma "Heritage", trascendente, emozionale e melodico decimo disco in studio, segna l'inizio di un nuovo capitolo nella carriera del quintetto. Mikael Åkerfeldt, leader, cantante, compositore e chitarrista, ha ridisegnato il percorso artistico della propria creatura senza sacrificare lo spirito delle prove precedenti.
"Sono diventato sinonimo di Opeth", dichiara Åkerfeldt riconoscendo la propria dedizione alla perfezione e le decisioni prese riguardo il deliberato impatto melodico della band. "Ho composto tutti i brani fin dal primo disco. Ho governato la nave per molti anni e ora sono a mio agio. È qualcosa che ho creato e le persone che mi hanno accompagnato in questo viaggio mi hanno aiutato, fino a creare qualcosa di veramente speciale".
L'ultima prova del combo di Stoccolma (Svezia) può essere descritto come un fitto labirinto costituito da cambi di direzione, passaggi fuori tempo, percussioni sperimentali e ritmi deformati. Tutto è sapientemente fuso in una miriade di emozioni, ottimismo e melodia, come uno spirito dei boschi pronto a ergersi sopra la propria foresta. Accenni cupi e tenebrosi non mancano, ma il disco porta gli OPETH verso una più ampia dimensione.
"Non si tratta di un classico album 'extreme metal', immagino, ma è comunque estremo, solo in maniera diversa", prosegue il frontman. "Non abbiamo mai avuto un singolo da primi posti della classifica. In nessun caso considerei una canzone più importante di un'altra. Abbiamo sempre pubblicato album e non isolati episodi e, personalmente, mi diverto ad ascoltare i dischi nella loro interezza. Questo è il tipo di arte che ci piace. Preferisco band con produzioni forti e complete a formazioni caratterizzate solo da alcuni brani significativi".
Nella loro ultima incarnazione musicale, gli OPETH sono meticolosi, concentrati e più appassionati che mai. Questi elementi sono rappresentati da ritrovate aperture, generosità spirituale e uno spirito in piena armonia con il piano astrale. "Heritage" si prefigge il difficile compito di offrire molto più di quanto esposto limitando al minimo sforzi concettuali e interpretativi. La superficie è ampia e accogliente, ma basta addentrarsi poco oltre le apparenze per scoprire un inebriante e complesso mondo celato.
Åkerfeldt ha affidato il mix di "Heritage" all'amico Steven Wilson, mente creativa dei PORCUPINE TREE. "Abbiamo lavorato con diversi ingegneri ma non abbiamo mai chiesto a nessuno di loro una personale opione sulla nostra musica, non ci interessava. Con Steven è stato diverso, volevamo un suo parere. L'ultimo album che abbiamo fatto insieme è stato 'Damnation'. Steven era impegnato quando abbiamo registrato 'Ghost Reveries' e 'Watersheed'. È una di quelle persone di cui mi fido ciecamente in ambito musicale. In un certo senso, è stato una specie di mentore per me. Ho imparato molte cose da lui sulla produzione".
L'artwork di "Heritage" rispecchia esattamente il suono in esso contenuto. Åkerfeldt voleva lanciare un messaggio con il packaging, includendo più colori e dettagli. Inoltre, la copertina porta con sé un chiaro messaggio simbolico legato a passato e presente. Una complessa illustrazione che può essere contemplata per ore, come "Powerslave" degli Iron Maiden.
Il collaboratore di lunga data Travis Smith è responsabile della copertina. L'artista ha lavorato su una serie di riferimenti forniti da Åkerfeldt, inclusi pittori del rinascimento fiammingo, artisti quali Pieter Bruegel, i lavori di Hieronymus Bosch (come l'omonimo terzo disco dei Deep Purple), fino a "The Yellow Submarine" dei Beatles.
Al centro del dipinto: un albero contenente la testa di ogni membro della band. Åkerfeldt, Martin Mendez (basso), Martin "Axe" Axenrot (batteria) e Fredrik Åkesson (chitarra). La testa di Per Wiberg, che ha lasciato la band dopo aver registrato le parti di tastiera, sta cadendo dall'albero per aggiungersi alla pila di teschi raffigurante gli ex membri. La base dell'albero si estendo in profondità, in un sottosuolo popolato da demoni: le radici death metal degli OPETH.
Nove stelle illuminano il cielo, come nove sono i dischi che hanno preceduto "Heritage". Ci sono "Orchid" (1995), epico album di debutto, "Morningrise" (1996), definito perfetto da molti estimatori e "My Arms, Your Hearse" (1998), descritto come "un viaggio in paradiso". A marcare la prima progressione: "Still Life" (1999), seguito da "Blackwater Park" (2001), album descritto come la fusione metal tra Pink Floyd e Beatles. Si procede con "Deliverance" (2002) e "Damnation" (2003), produzioni strettamente legate tra loro fino a essere comparate a un'opera unica e inscindibile, pr arrivare a "Ghost Reveires" (2005) e "Watershed" (2008), veri e propri gioielli dal catalogo Roadrunner.
"Il sole nel cielo simboleggia il nuovo disco", spiega Åkerfeldt. Sullo sfondo, una città in fiamme, a sottolineare il declino della civiltà, e una fila di uomini che si allontana dall'incerto destino per cibarsi dei frutti artistici donati dagli OPETH. "C'è una folla in fila che si dirige verso l'albero. Tutti vogliono una parte di noi".
Gli OPETH compongono e registrano prima di tutto per se stessi. Ma questo non significa che non siano gratificati o ispirati dalle persone che colgono i frutti del loro albero. "Non sono una puttana in cerca di costanti attenzioni e desiderosa di sentirsi dire in ogni momento quanto è brava" dice Åkerfeldt. "Ma nel corso degli anni numerose persone si sono avvicinate a noi per dirci quanto e come la nostra musica abbia cambiato le loro vite. Quando qualcuno viene da te e ti dice che si è sposato con una delle tue canzoni capisci quanto è grande ciò che hai fatto. Non ho bisogno di premi per ricordare i risultati raggiunti. Le personali opinioni dei fan, questo è quello che conta di più".
"Gli Opeth continueranno a esistere fino a quanto saremo sicuri di poter offrire qualcosa di interessante. L'idea alla base è quella di suonare ciò che vogliamo ascoltare. Smetteremo solo quando non potremo più farlo".
"Ogni album potrebbe essere l'ultimo", conclude Åkerfeldt. "Non è una minaccia, ma vogliamo davvero onorare questa tradizione e il desiderio di essere sempre e solo noi stessi. Ci sentiamo un po' più giovani in 'Heritage'. Abbiamo trovato un nuovo suono e vorremmo esplorarlo a fondo per vedere fino a dove ci porterà".
Mikael Åkerfeldt voce, chitarra
Martin Mendez basso
Martin "Axe" Axenrot batteria
Fredrik Åkesson chitarra












