New York Dolls
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Date Concerti
Membri
David Johansen
Sylvain Sylvain
Steve Conte
Sami Yaffa
Brian Koonin
Brian Delaney
"Mick Jagger ha copiato tutto da David Johansen!" Ecco cosa ha esclamato di recente Morrissey con un ardore tale che la sua rivendicazione, cronologicamente impossibile, è risultata persino plausibile. Guardando i video live dei 'Dolls di due anni fa su richiesta di uno dei loro più grandi fan (che curava il prestigioso Meltdown Festival di Londra) si capisce subito quanto fosse grande – e finora non riconosciuto - il loro ascendente. Tutti conoscono il loro famoso logo: un rossetto cromato che traccia il nome della band su uno specchio immaginario. Ma c'è molto di più. Non si tratta nemmeno del loro aspetto androgino. I ragazzi pelle e ossa avevano cominciato a truccarsi molto prima di loro. Little Richard. Elvis. Non si tratta nemmeno della musica, visto che gli stessi 'Dolls hanno sempre citato gli esponenti dell' R&B degli anni '50 o i gruppi femminili dei primi anni '60 tra le loro influenze musicali. Davvero, ciò che rende così eterni i Dolls è il loro atteggiamento – è entrato a far parte del loro modo di fare rock e non li ha mai abbandonati. Kiss, Aerosmith, The Ramones, Blondie, The Sex Pistols, The Damned, Motley Crue, Guns 'N' Roses, Hanoi Rocks, The Strokes, The Libertines e praticamente tutte le altre gang di rocker altezzosi, convinti che la loro band può avere la meglio sulla tua e forse anche su tutta la tua città in un combattimento “carino contro carino, brutto contro brutto”. I Dolls e i loro discepoli vincerebbero non solo con la forza, ma anche con quella che il chitarrista Sylvain Sylvain chiama “abbondanza di intelletto e di sesso”. I New York Dolls hanno, semplicemente, l'atteggiamento dei Beatles. Dopo trentacinque anni di carriera (trentuno da quando si sciolsero in Florida avvolti da una nube di dipendenza da eroina ed anarchia manageriale) e tre componenti deceduti, possono ancora avere la meglio sulla tua band, carino contro carino, brutto contro brutto, non solo sul palco, ma da ora, anche su cd, grazie al lungo (troppo) atteso seguito del bellissimo Too Much, Too Soon (1974). “Sai com'è l'Inghilterra”, afferma scherzosamente David Johansen col suo accento di Staten Island, denso quando la melma di South Ferry, “Abbiamo fatto un gran casino lassù, e ci siamo divertiti così tanto che abbiamo deciso di continuare”. “Il telefono non ha smesso di suonare”, aggiunge Sylvain, “I bambini volevano questo. Bambini di tutte le età.” Un album di pezzi nuovi di zecca, improbabile quanto lo sarebbe stato nel 2003, è stato il risultato scontato di tutti i festival e i live di grandissimo successo che hanno caratterizzato gli ultimi due anni. Quando hanno ricominciato a suonare erano una reunion. Ora che i nuovi membri camminano a proprio agio sulle zeppe di leggende quali Johnny Thunders, Jerry Nolan e, ultimo scomparso, Arthur “Killer” Kane, i New York Dolls sono di nuovo una gang. “Tra non molto taglieremo un traguardo: saremo stati insieme più a lungo della lineup originale”, afferma ridendo Johansen. E così ecco qua il terzo album, One Day It Will Please Us To Remember Even This, in cui i marchi di fabbrica dei New York Dolls - riff assolutamente cattivi, ritornelli dolci solo in apparenza e tonnellate di quel loro famigerato atteggiamento – sbarcano nel 21esimo secolo. Cosa è rimasto immutato nel tempo? “Penso che ci sia ancora oggi qualcosa di livello superiore”, afferma Johansen descrivendo quella qualità che rende i Dolls, comunque, chiunque e dovunque, inequivocabilmente “i Dolls”. “Dietro c è un atteggiamento e una filosofia non disfattista che afferma “noi possiamo fare tutto”. Che cosa è cambiato? Beh, ascoltate tracce come “I Ain't Got Nothing”, ballata mid-tempo dominata dall'armonica, e capirete immediatamente che avete a che fare con dei veri e propri sopravvissuti. “Siamo invecchiati”, ammette Sylvain, “Ma abbiamo lo stesso spirito di quando eravamo dei diciottenni del cazzo.” E questo spirito gli calza a pennello. La stanchezza mondiale non è una stanchezza depressa, ma piuttosto filosofica… persino affascinante. Pensate a Sinatra a metà della sua carriera (se fosse cresciuto nel Bronx e non a Hoboken) o a Leonard Cohen (se fosse stato meno canadese). “E' l'affermazione del punto in cui siamo arrivati nella nostra vita”, sostiene Johansen, “La vita migliora col passare degli anni e si è sempre più consapevoli dell'esistenza nella sua totalità. Quando si è bambini puoi – o almeno, io ho potuto - lasciare da parte gli aspetti non completamente felici o divertenti della vita. Se mi sento un sopravvissuto? Si.” I New York Dolls non perdono troppo tempo a fissare i loro bicchieri di whiskey. Il singolo “Dance Like A Monkey”, pezzo up-tempo che ricorda i Motown, potrebbe accendere dei vivi dibattiti sul confronto progettazione intelligente vs evoluzione… e invece no, il suo ritmo tribale fa scatenare allo stesso modo credenti e pagani. Presto questo pezzo potrebbe entrare a pieno titolo nel tempio delle grandi canzoni scimmiesche della storia del rock. Tracce quali “Gimme Love and Turn On The Light”, piene di eccitazione blues e garage rock stanno lì a ricordarci (se mai qualcuno se ne fosse dimenticato) il “sesso” che viene messo in primo piano, lasciando l'intelletto un po' più sullo sfondo. La voce in sottofondo di Iggy Pop mette i puntini sulle “i”. “L'atteggiamento che abbiamo nei confronti del rock n' roll è qualcosa di feroce”, spiega Johansen, “C' è qualcosa in questa band che fa in modo che cerchiamo di avere sempre ritmo, e che questo ritmo sia bello pesante”. La radio non ha mai “colto” i Dolls degli inizi e, anche se erano fatti per MTV, il loro tempo era scaduto proprio quando il fenomeno MTV cominciava a prendere piede. Oggi i loro primi due dischi fanno parte della collezione di ogni ragazzino che si rispetti (e deve essere così) e da “Lonely Planet Boy” del primo disco a “Human Being” di Too Much Too Soon (per non parlare dell'incancellabile “You Can't Put Your Arms Around A Memory” di Johnny Thunder, pezzo che i Dolls suonano dal vivo ancora oggi), questi ragazzi sono sempre stati abili a creare una melodia pop senza tempo. One Day It Will Please Us To Remember Even This porta avanti questa tradizione. “Take A Good Look At My Good Looks”, è realizzata in perfetto stile pop retro-romantico. “Il nostro produttore l'ha ascoltata e poi ha detto “Syl, hai ancora un piede nel Brill Building”, afferma Sylvain ridendo. “Dancing On The Lip Of A Volcano”, caratterizzato dalla voce di sottofondo di Michael Stipe e da un gancio luccicante, è un pezzo orecchiabile tanto quanto una qualsiasi nuova canzone pop scritta dagli svedesi ma non incisa dalle leggende del rock. “Abbiamo pensato “Michael Stipe starebbe alla grande su questo pezzo”, spiega Sylvain, “Così lo abbiamo chiamato. Io vivo in Georgia e l'ho incontrato ad uno show di Patti Smith. Mi ha detto che aveva visto me e David suonare live e che in quell'occasione io gli avevo passato una bottiglia di Perrier. Abbiamo ascoltato la sua voce in questa track ed è stato come “dio, la sua voce è sempre stata parte integrante di questo pezzo”. Stipe è solo uno degli special guest presenti in questo album, e va sottolineato che ogni artista ha avuto un impatto impercettibile sulle varie track. “Abbiamo messo insieme cose molto buone”, afferma Johansen, “Siamo una buona band. Noi facciamo quello che dobbiamo fare comunque vadano le cose. Non ho sentito la necessità di una cosa piuttosto che di un'altra.” Anche se questo album, prodotto da Jack Douglas (che lavorò al loro debutto omonimo e che ha prodotto gli album di maggior successo di Aerosmith, Cheap Trick e John Lennon), è stato registrato maggiormente durante i live, il suono dei 'Dolls risulta più pulito. L'aspetto grezzo e crudo è rimasto nell'atteggiamento citato in precedenza, ma nessuno finge che Nixon sia ancora in carica. “Non si può più avere un atteggiamento da dilettanti”, spiega Johansen, “Gli altri due album dei Dolls sono come l'arte folk. Arte folk urbana. Potrebbero essere opera di Alan Lomax. Hanno colto qualche aspetto di Grandma Moses. Eravamo così giovani e suonavamo da pochissimo tempo. Quando pensavo a come comportarmi con la scrittura, mi dicevo… così come ci si comporta nella vita col tempo si diventa sempre più competenti nella propria arte, non si può tornare indietro.” E quindi andiamo avanti. “Questa è la fase due”, afferma Johansen. “E' una nuova band. Una cosa completamente nuova.”. I fan puristi potrebbero affermare che i Dolls non sono più gli stessi senza Johnny, Jerry e Arthur, ma Johansen e Sylvain ci tengono a precisare che il bassista Sammi Yaffa, il chitarrista Steve Conte, il tastierista Brian Koonin e il batterista Brian Delaney sono i Dolls a tutti gli effetti, ora. “Non abbiamo progettato di rimpiazzare nessuno”, ci ricorda Sylvain. Stiamo parlando di membri che sono morti, non di quelli che sono stati cacciati dalla band. “Sono ottimi ragazzi”, assicura Johansen rivolgendosi ai fan che potrebbero avere qualche dubbio, “Prendono parte ad ogni minimo aspetto di ogni cosa. Ecco cosa significa essere una band. Li ho sottoposti tutti a psicanalisi. Sono dei soggetti molto interessanti.” Il mondo è pronto ad accogliere i New York Dolls del 2006? “Non mi importa che questo disco diventi una hit o meno”, assicura Sylvain, “Basta che ogni uomo, donna e bambino lo compri!”